Identità e pensiero: il pensiero

I contrasti tra fisica classica e fisica quantistica cui abbiamo accennato in precedenza non sono solo una disputa culturale poiché conducono ad una riconsiderazione del senso stesso del nostro pensiero.

Che cos’è il pensiero? Questa è una domanda che vantaggiosamente circoscrive l’argomento, ma sarebbe ingenua l’attesa di una risposta conclusiva ed esauriente a causa della vastità e della profondità dei problemi che subito si aprirebbero.

In questo senso la scienza sperimentale fornisce materiale almeno per formulare ipotesi. Farò riferimento ad una di queste non per ottenerne una risposta, bensì per esplicitare questa necessità di riconsiderare ciò che, spesso inconsapevolmente, riteniamo acquisito circa il nostro modo di pensare. Le nostre cellule, in particolare i neuroni, il loro citoscheletro e i tubuli-microtubuli che del citoscheletro sono la componente più importante, sono tra loro profondamente legati. Il legame è quello noto dello scambio di neurotrasmettitori a livello sinaptico ma anche quello del cosiddetto entanglement quantistico nella rete (Condensati di Bose-Einstein).  Qualcuno, affrettatamente, a questo punto parla già  di una teoria della coscienza, ma in realtà questo è solo un modello e non una consolidata acquisizione. E’ un modello complesso e proprio questo è il punto: prima ancora di verificare, come sembra sia verificato, che le basi sperimentali siano fondate e che il modello regga bene al progredire della ricerca scientifica, dobbiamo chiarire che ci troviamo in un ambito dimensionale particolare, il cosiddetto infinitamente piccolo, dove gli strumenti forniti dalla scienza e fisica classiche sono inutilizzabili e dove invece coesistono leggi che ad oggi appaiono contraddittorie tra loro: per esempio la teoria della relatività e la fisica atomica all’interno del nucleo atomico. È una contraddizione che affligge tutta quanta l’interpretazione del mondo e non solo i suoi effetti per le reti neuronali: questo contesto è però quello che ci sta a cuore perché e qui che nasce e si forma il pensiero. Per inciso, già qui appare estrema la distanza dalla realtà delle macchine “intelligenti” digitali, cioè i computer.

Ma un’altra contraddizione appare ancora più sconcertante. Nei secoli il pensiero ha elaborato modelli, teorie e pratiche per il “cielo” e per la “terra “. Su tutto si poteva riflettere o come si diceva un tempo, speculare. Immutati permanevano però i principi fondanti la logica interna di questa modalità speculativa. Come una garanzia: se segui scrupolosamente alcuni assiomi e gli algoritmi che tali assiomi rispettano, allora procedi fiducioso e la verità si disvela; qualcosa di estremamente solido, che non richiede particolari fedi e che alimenta il progresso del sapere.

Che dire allora se questa rete che crea pensiero aderisce a un paradigma, quello quantistico, che opera al di fuori di quei principi e perciò si pone “Fuori dal mondo”? Cosa rimane delle nostre riflessioni se ad esse viene sottratto già nel momento della loro generazione, il supporto della logiche di causa-effetto, di non-località e di separazione tra gli oggetti? E’ possibile il “pensare” stesso senza queste regole? Secondo quale altra modalità allora il pensiero sarebbe possibile?

[calcio, tecnica e denaro, 1.05]

Identità e pensiero: il nichilismo

Nietzsche ha profetizzato. Ci ha dato più di un secolo di tempo per elaborare il passaggio vitale all’oltre-uomo. Ce ne ha parlato nel pieno degli entusiasmi illuministici ottocenteschi per la scienza e i suoi miracoli. Poi due guerre sconfinate e migliaia di altre più delimitate hanno azzerato i contatori e invocato rinascite di volta in volta risultate più stanche.

Papa Francesco oggi accusa l’esistenza di una “guerra a pezzi”, in una endemica contrapposizione tra noi e gli altri: quando non di manifesto conflitto bellico, allora come dissenso generale che pervade le nostre esistenze. Forse queste erano le “condizioni al contorno” che dovevano portarci ad un riconoscimento.

Così è da pochi decenni che abbiamo veramente cominciato a vivere in compagnia del nichilismo: dalla fine ottocento, tanto tempo per testarlo, rifiutarlo, confermarlo, adattarlo a noi e noi a lui. Nella centrifuga del nostro vaso di Pandora l’abbiamo sfibrato,  smembrato, spappolato, costretto ad una amalgama con tutto il resto. Adesso sembra inoffensivo e meno spaventoso per esempio dei nostri orrori novecenteschi. Per molti è già un compagno di viaggio, non certo un fantasma dissennante: è sufficiente confonderlo un po’ con la critica ai valori assoluti, con la lotta agli “ismi”, con il rifiuto di ogni utopia per trovarcelo alleato nella nostra stessa fantomatica battaglia per la libertà e per la autorealizzazione. Un potente alleato, micidiale contro le vane resistenze di arte e religione. Un potente alleato che, alleggerito dalla assenza di ogni scopo e di ogni “perché”, si adatta perfettamente alle profferte di certa scienza e soprattutto a quelle di una sua costola malata: la tecnica.

Senza evidenza, sotto traccia, con una certa umiltà, il nichilismo modifica il mondo, stringendolo ora al localismo, ora alla globalizzazione, secondo le necessità degli establishment del sapere-potere. La tecnica gli svende ogni funzionalità, ogni congegno e ogni ricambio per il controllo delle produzioni e la loro gestione, anche la più sofisticata. Sarà, in questo senso, a breve dimostrata l’inferiorità umana rispetto alle macchine, pensanti e no. Ci verrà allora riservato un ruolo di loro custodia, di badanti, con pari dignità tra umanità povera ed “ex-ricca”, in una specie di giustizia post-mortem.

Se così non sarà allora in qualche modo l’oltre-uomo di Nietzsche avrà dato in tempo qualche cenno di vita, nutrito di vera sapienza e fraternità: due categorie semplicemente inconcepibili per nichilismo e tecnica.

[calcio, tecnica e denaro, 1.04]

Identità e pensiero: le discipline

A noi interessa cosa ha significato la mutazione avvenuta in molte discipline umane, a cominciare dal cambiamento di ciò che si intende per scienza.

La scienza ha avuto un profondo progressivo cambiamento, dall’apertura totale al sapere umano fino alla sostanziale chiusura, conseguenza del sopravvento di una mentalità funzionale. Dal 1600 al 1900 la scienza ha scavalcato le altre discipline umane per installarsi vittoriosa nei posti più alti del sapere-potere attribuendosi il ruolo stesso di giudice della credibilità delle altre discipline, le stesse che ispirandosi ai suoi principi (fondamentalmente misurabilità e ripetitività) bussano per condividere l’accesso alla stanza dei bottoni. Alcune di loro (statistica, economia e neuroscienze ad esempio) poco faticano per adattarsi ai desiderata del “nuovo metodo scientifico”, altre (medicina, politica, psicologia), per riuscire nella mutazione, rischiano invece la subalternità. Da ultime le discipline cosiddette umanistiche e verosimilmente prima di tutto religione ed arte, non garantendo i requisiti richiesti, sembra non possano aspirare ad alcuna posizione di rilievo.

Caso particolare quello dell’informatica. Dapprima semplice supporto strumentale (serva) delle altre discipline, ha accresciuto a dismisura la sua importanza fino a surclassare le padrone, specie nell’accesso ai punti più innervati del potere. La sua capacità di moltiplicare oltre ogni prevedibilità le quantità di dati numerici derivati da nuclei di dati facilmente disponibili, la capacità cioè di costruire serie storiche e di implementare modelli con la bacchetta magica di sconfinate quantità di algoritmi, è lo strumento ottimale per una dimostrazione sdoganata dalla scienza (padrona delle padrone) di ogni sorta di teorie, anche dove è più arduo il confronto diretto con misurazione e ripetitività. Alcuni studi di medicina, basati su serie storiche e procedimenti variamente statistici, stabiliscono per esempio protocolli e lanciano vere e proprie mode nella prevenzione delle patologie, determinando le sostanze dannose o curative in base alla pretesa di aver individuato le ricorrenze statistiche di certi effetti o di certi comportamenti.

Altro caso quello dello sport: importante perché detentore della fiducia di milioni, o miliardi, di persone, ha avuto una mutazione relativamente repentina verso la attuale fase iper-tecnologica di materiali, training, medicalità, per i singoli, per i team e per le federazioni sportive. Il declino inarrestabile del “dilettante” (colui che si diletta, colui che si diverte) è effetto della pervasiva mentalità professionale anche per chi professionista non è.

Uno sguardo appena poco più attento svela che dietro tutto questo bisogno di classificare e gerarchizzare c’è un’esigenza univoca: l’esigenza del mercato.

[calcio, tecnica e denaro – 1.03]

Identità e pensiero: le domande

I pensieri degli altri sono molteplici e raramente sono domande. O meglio: ci sono anche le domande, ma quelle funzionali alle risposte, come nei manuali.

Ci sono quindi le domande se abbiamo le risposte. Funziona benissimo. Si può rispondere ai malati, ai dipendenti, ai cittadini, ai contribuenti, ai correntisti.

Gli intellettuali invece si sono stancati, e forse anche noi soprattutto dal XX secolo, di cercare le risposte per altri tipi di antichissime domande: “chi sono io?”, “Dio esiste?”, “come posso essere autentico?”, “cos’è la gravità?”, “sono amato?”, “cosa c’è dopo la vita?”. Domande soggettive e aperte per le quali si prescrive che ognuno liberamente trovi la sua di risposta, meglio se in solitudine.

Così si assimila che le domande giuste sono solo quelle per le quali si sa che la risposta esiste.

[calcio, tecnica e denaro, 1.02]

Identità e pensiero: Classico vs Quantistico

Più di un secolo di studi ed esperimenti dei fenomeni fisici e chimici hanno creato una profonda dialettica tra la cosiddetta meccanica classica e la meccanica quantistica, fino alla creazione di un profondo distinguo tra il modo di pensare “classico” e quello “quantistico”.

L’evidenza scientifica sosterrebbe la prevalenza del modello quantistico, ma ciò non succede. A quanto pare noi esseri umani difendiamo strenuamente il nostro schema abituale, senza chiederci troppo se utilizzando un paradigma differente potremmo ottenere dei risultati migliori. Migliori ovviamente non solo per la comprensione di quei fenomeni fisici che all’’inizio dello scorso secolo venivano descritti addirittura come paradossali, ma soprattutto migliori per una più complessiva visione della realtà, a cominciare da ciò che ci riguarda più da vicino.

La conseguenza di questa indisponibilità è che solo minime élite di scienziati, fisici e filosofi si interessano al senso del paradigma quantistico e al suo impatto nell’interpretazione della realtà, mentre la gran parte degli intellettuali è ben attenta a non varcarne i confini, impedendone così tra l’altro la sua diffusione. La forza di internet ha rovesciato in un paio di decenni la situazione fornendo non solo agli esperti, ma a tutti, nuovi ambiti di riflessione, quantistica compresa; e comprese anche sue interpretazioni pesantemente forzate. Ma ciò è mille volte meglio del silenzio assordante precedente.

Ecco, allora il nodo è questo, banalizzando un po’, ma giusto per rendere il ragionamento più comprensibile.

Le forme di pensiero comunemente accettate da tutti come corrette, siano esso quelle del cosiddetto pensiero “unico”, o quelle più autentiche, come ci appaiono le nostre personali, o altre ancora sentite come valide perché consolidate dal tempo, hanno sostanziali concatenazioni logiche tra loro e con le forme di pensiero precedenti. Per esempio noi abbiamo una certa idea di anima che ci deriva dalla nostra cultura occidentale, che la deriva a sua volta da quella cristiana, greca, e prima ancora ebraica, e prima ancora … Quando intendiamo “anima” quindi, insieme a qualcosa di nostro, ci riferiamo inevitabilmente anche ai vari modi di intendere “anima” dei nostri predecessori.

Questi legami non attengono al solo discorso etimologico, cioè qualcosa che si spiega all’interno del significato delle parole stesse: è soprattutto una questione di ordito sintattico, cioè di come i significati (magari di gruppi di parole) vengono tra di loro assemblati nel linguaggio e secondo quali principi. Aristotele definì tre princìpi che chiamò primi perché su di essi si costruisce tutto il resto: principio di identità, principio di non contraddizione, principio del terzo escluso. Ma subito eccone altri anch’essi decisivi per assegnare senso al nostro linguaggio: il principio di causa ed effetto, di località e di separazione. Per esempio le riflessioni che portarono Einstein alla formula E=mC² hanno scrupolosamente rispettato tali principi.

Se riconosciamo il nostro stesso pensiero come coerente figlio di queste modalità e di questa storia, l’entrata in scena della fisica quantistica spariglia le nostre certezze e il nostro modo di pensare.

Le élite di potere considerano pericolose forme di pensiero innovative a maggior ragione se potenzialmente rivoluzionarie: è il motivo decisivo della sostanziale chiusura ai nuovi orizzonti di pensiero aperti dalla quantistica.

[calcio, tecnica e denaro – 1.01]

Identità e pensiero

C’è un momento nel quale si comincia a percepire che alcuni nostri pensieri non sono nostri: “non sono autentico”, “non sono io”.
“Ma no!”: una mia amica stizzita urlerebbe il rifiuto di crederlo.

Si attivano gli psicologi interiori e anche altri, anticorpi che fiutano la strada insidiosa dove si può perdere se stessi e andare verso la follia.
Almeno una pausa, una sospensione. Di sicuro c’è il modo di uscirne: non si impazzisce così repentinamente. Perché cos’è, se non pazzia, pensare i pensieri degli altri?

E’ come essere sul ciglio del burrone: allibiti di trovarsi lì, ci si rende conto in un lampo di poter precipitare. Lì è più facile precipitare che restare in piedi.
Gli psicologi interiori, le autodifese, inducono ad arretrare, ancor prima di ragionarci sopra: a qualche metro dal ciglio, anche cadendo, non si rischia il baratro. E’ logico. Ma imparando ad arretrare si perde il senso della distanza: due metri, magari anche uno solo, e il rischio di precipitare cessa. E si dimentica anche il pericolo scampato. Ecco, stiamo già uscendone. Tutto si rimargina e ci conferma che siamo guariti. La strategia immunitaria ha funzionato benissimo. Del burrone quasi nessuna traccia.

I pensieri degli altri sono confortevoli.

[calcio, tecnica e denaro – 1.00]